LA BIOMECCANICA APPLICATA ALL'IMPLANTOLOGIA

 

E' impensabile parlare dei vari tipi di impianti e delle varie tecniche, senza fare un riferimento alla biomeccanica.

Non mi sembra che a tutt'oggi tutti gli  impianti in commercio abbiano subìto dei test di biomeccanica e nemmeno che gli strumenti usati siano tali da poter escludere eventuali danni provocati dal loro uso. Ogni strumento dovrebbe  avere delle caratteristiche tali da non creare danni, ma  invece ottenere il risultato prefissato.

Quando noi affrontiamo un intervento di implantologia endoorale dobbiamo considerare che l'osso è un tessuto vivo, che ha le sue caratteristiche di vivacità, di elasticità e di memoria. E' un complesso di cellule più o meno addensate in un liquido che mantiene il tutto in un movimento che lo rende reattivo al trauma, sia nell'immediatezza della fase chirurgica che durante la funzione di supporto a cui viene sottoposto da parte di un impianto (rimodellamento).

Tutti gli strumenti devono essere taglienti per evitare qualsiasi forma di ferita lacerocontusa. In fondo noi dobbiamo trattare l'osso chirurgicamente.

Esaminiamo quali sono gli strumenti più adatti e meno traumatici da usare:

Un drill  tipo " Maillefer ". Strumento molto ben affilato, dopo tempera, che ha il compito di incidere la compatta occlusale ed entrare nella spongiosa per qualche millimetro

Un calibratore a mano del diametro del gambo della vite, le cui caratteristiche sono tali da evitare danni lavorando in profondità,  avendo una scarsa facilità di penetrazione: infatti, al contrario del drill, ha lo scarico sinistrorso.

Il rispetto assoluto della compatta occlusale, possibilmente senza aprire, con l'ausilio dell'integrità del periostio, sono fattori che possono aiutare molto, specie per evitare il famoso cono di riassorbimento periimplantare.

E' indispensabile ottenere  la fissazione meccanica immediata. Questa è la fase a cui tutti gli implantologi pongono la massima attenzione essendo la prima e più importante azione e presupposto per portare alla guarigione del tessuto. Durante l' intervento chirurgico si  viene a creare una pseudo-frattura e di conseguenza si deve  intervenire con un trattamento "ortopedico",  eseguendo una "pseudo-ingessatura", mediante la quale si possa ottenere l'immobilizzazione dei due capi. In parole povere, cerchiamo l'appoggio sulla corticale opposta.

Questo è il concetto  sul quale si basa il bicorticalismo.

Esaminiamo un fattore importante che si viene a creare ad intervento eseguito: la flessibilità degli elementi. Le nostre ossa sono flessibili, i nostri denti sono inseriti in un contesto articolare detto gonfosi: ora non possiamo sovvertire quello che madre-natura ci ha insegnato. La perfetta osteointegrazione del manufatto non è certamente la soluzione ideale, sarebbe come accettare un'anchilosi. Perciò a noi serve una certa elasticità nel sopportare il carico, e un manufatto altrettanto elastico che sia in grado di sopportare i microtraumi durante la fase fisiologica della masticazione. Certamente non è un elemento come il root-form che possa risolvere questo problema: bensì un impianto con un modulo elastico dato dal tipo di gambo e dal tipo di metallo.

Un esempio lo possiamo vedere in questa immagine:

E' un impianto tuttora funzionante da oltre 25 anni. A forte ingrandimento si noterebbero gli spazi creati dalla flessibilità del gambo.

Le immagini che seguono mostrano un intervento di impianto post-estrattivo a carico immediato.

Questa radiografia mostra il dente prima dell'estrazione: la parte ossea intorno al dente è completamente distrutta e naturalmente anche la parete anteriore è mancante.

Questa immagine mostra l'impianto inserito.

Questa è una rara radiografia, eseguita pochi secondi dopo l'inserimento dell'impianto, che abbiamo appena visto. Mancando la parete anteriore si è facilmente evidenziata la parete posteriore, dato che in questi casi palatizzo usando la lamina dura come appoggio per ottenere una forma di bicorticalismo, come si vede dal disegno che segue:

Per lungo tempo fui polarizzato da questi intagli; non riuscivo a spiegarmi come e perché si erano cosi evidenziati, e perché non in altri casi, finché decisi di ingrandire la radiografia e subito mi colpirono altri particolari.

Osservando attentamente  notai la differenza tra le due incisure: quella indicata con il numero 1 è in un tessuto osseo spongioso formato da cellule vive e vitali che rispondono al trauma in modo elastico, quasi gommoso (ricordiamoci che l'osso non è un pezzo di legno!), per cui la stessa si riduce immediatamente dopo il passaggio della spira.

L'incisura indicata con il numero 2 invece ha mantenuto un'impronta più marcata, caratteristica della spira e ciò perchè in questo punto la vite sfrutta come bicorticalismo la lamina dura, che non ha la stessa elasticità del tessuto spongioso.

Tutto questo giustifica quanto ho asserito in precedenza e spiega poi la ragione per la quale vennero portate alcune modifiche che col tempo diedero buoni risultati. Infatti durante tutta la mia vita non ho mai tentato di sovvertire il mondo, ma il mio scopo fu sempre di ridurre anche se di poco il numero degli insuccessi e facilitare il processo di guarigione dei tessuti interessati dall'impianto.

In corrispondenza dei numeri 4 e 5 si notano alcuni arrotondamenti ritenuti molto importanti per la guarigione dell'osso. In chirurgia si devono evitare tutti gli interventi che producono un'angolatura, poiché tali zone, per mancanza di apporto sanguigno, possono andare incontro a necrosi. Nel medesimo tempo tale arrotondamento riduce il rischio di rottura della vite stessa.

Al punto 5 si nota che l'intaglio della spira ha una forma triangolare, leggermente arrotondata all'apice, che si comporta come uno scalpello che crea uno spazio che contenga il manufatto senza ischemizzare e necrotizzare l'osso ( evitando l'inceppamento che facilmente avviene con una forma lamellare, ed il rischio di distorsioni della spira stessa durante l'immissione).

Il punto 3 indica che è stato asportato un piccolo angolo (spoglia) al fine di evitare inutili scarificazioni durante la manovra di alleggerimento e, come ho detto in precedenza, poiché l'osso si comporta in modo elastico, favorire l'asportazione del tessuto nella fase successiva dello scalpello, senza inceppamento, evitando di dover creare una più ampia apertura dell'intaglio a scalpello della superficie di contatto con l'osso.