CONO DI RIASSORBIMENTO PERIIMPLANTARE

 

Occupiamoci ora del famigerato cono di riassorbimento periimplantare di cresta, che ha creato e sta ancora creando problemi a innumerevoli impianti.

Ricordo il periodo intorno agli anni 70: la maggior parte delle discussioni vertevano su questo argomento.

Il Dott.Sebastiano Lobello nel suo libro di Implantologia Orale, pubblicato nel 1976, a pag.185 riporta la seguente frase:"Dalla nostra esperienza deriva che nessun tipo di metodica endoossea implantare sfugge nella maggioranza dei casi a tale costante conseguenza che se abnorme, porta velocemente e sicuramente alla mobilizzazione e in ultima fase all'espulsione dell'elemento artificiale introdotto".

Allora la principale causa veniva attribuita al trauma prodotto dalla lingua nelle sue normali funzioni fisiologiche, (il Prof. Pasqualini fu il primo nel 1970 a tentare di ovviare a tale inconveniente creando una lama col moncone molto ridotto avvitabile), ed anche al Ph, all'infiltrazione di residui alimentari,ed altro ancora, ma vennero completamente ignorate le cause biomeccaniche.

Sin dall'inizio mi cimentai nel tentativo di dimostrare quali potevano essere le vere cause.

A mio parere la prima causa era dovuta alla mancanza di rispetto dell'osso con l'uso di strumenti inadeguati, poco chirurgici, che portavano alla distruzione del tessuto della compatta occlusale, tessuto che difficilmente si ripara, specialmente se attraversato da una sostanza estranea.

Gli strumenti per iniziare l'intervento e per ottenere il tunnel atto ad alloggiare il manufatto erano frese di vario calibro che, usate progressivamente, frizionavano contro la parete,comprimendo e surriscaldando.

Seguiva poi il cosiddetto maschiatore, che era solo una vite continua che non dava l'effetto desiderato, anzi maciullava, producendo microfratture nel punto di ingresso

Veniva poi inserito il manufatto che durante la fase iniziale di avvitamento non sempre riusciva a seguire la strada malcreata dal maschiatore

La figura seguente evidenzia nella sua parte destra la creazione di uno spazio ottenuto mediante lo spostamento delle cellule, con evidenti segni di compressione ed asfissia dei tessuti, mentre la parte sinistra evidenzia come l'osso trattato da una vite veramente autofilettante, che asporta le cellule per crearsi una madrevite, mantenga intatte le cellule circostanti all'impianto, evitando fenomeni di compressione, che porterebbero inesorabilmente all'osteolisi con le note conseguenze.

Bisogna a questo punto ricordare che operando a cielo coperto, senza incidere,

si evita la scomposizione della mucosa, sottomucosa e periostio.

Invece, aprendo e poi suturando, viene naturalmente a formarsi tessuto connettivo di riparazione, che, secondo se è più o meno vascolarizzato, può essere facilmente attaccato da germi e da sostanze infiammatorie,favorendo cosi l'inizio del cosiddetto cono.

Proseguendo l'analisi di quanto avviene durante l'inserimento di parecchi impianti (vedi anche i sommersi), dai reiterati interventi sulla mucosa all'applicazione in seguito della vite di guarigione, del moncone e della protesi, notiamo quante siano le possibilità di causare processi infiammatori, dando così una mano alla formazione di un cono di riassorbimento a distanza di tempo

 

       

Si rende ora necessario fare un piccolo approfondimento circa il problema, che molti autori evidenziano, creato dalla zona  circostante all'impianto: perchè un impianto è stabile e perchè un altro, nelle stesse apparenti condizioni  (manufatto, sistemica, tipo di osso e così via ) non raggiunge il medesimo risultato.

Se l'impianto è instabile non si ha una corretta differenziazione cellulare e una corretta formazione ossea.

E' stato dimostrato che esiste una correlazione attorno all'impianto fra grado di mobilità ed entità di tessuto cartilagineo e connettivo.

Concludendo, lo stato di quiete meccanica e l'irrorazione sanguigna sono i presupposti per una buona formazione di un adeguato e permanente sostegno per l'impianto.

Come abbiamo visto, dal piccolo cono (che alcuni hanno definito quasi fisiologico), arriviamo ad esaminare in modo più approfondito quanto può avvenire in seguito, cioè i processi degenerativi definiti come perimplantiti.

Dapprima un processo irritativo, con formazione di tessuto di granulazione, piano piano trova lo spazio per approfondirsi intorno all'impianto, impiegando un tempo più o meno lungo, però inesorabile nel suo procedere; una forma direi cronica che con gli anni porta a conseguenze irreparabili, che in termine medico potrebbe dirsi "periimplantosi".

La formazione di tessuto di difesa intorno all'impianto, in caso di contaminazione batterica, subisce un' infezione  con un andamento in direzione apicale molto più veloce, per cui assume una forma acuta tale da meritare a pieno il titolo di "perimplantite".